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Analisi del Prof. Carlo Andrea Bollino – Membro del Comitato Scientifico CIU – Unionquadri.

UE: PERCHÉ LA POSIZIONE TEDESCA EQUIVALE A UNA DICHIARAZIONE DI GUERRA

GD – Roma, 28 mar. 20 – Di fronte all’emergenza assolutamente eccezionale che ha colpito e sta colpendo tutti i Paesi del mondo nello stesso modo e cioè: stress del sistema sanitario, restrizioni da parte dei Governi per limitare la mobilità personale, riduzione delle attività produttive, possiamo tranquillamente affermare dal punto di vista – asettico ovviamente della teoria economica – che siamo di fronte a uno shock simmetrico.
Cos’è lo shock simmetrico? È un colpo esogeno, non previsto, inaspettato che colpisce tutti i paesi nello stesso modo. Questo differisce dallo shock asimmetrico che si verifica quando i paesi sono colpiti in maniera diversa. Faccio l’esempio più banale: un aumento del prezzo del petrolio colpisce in maniera negativa un Paese consumatore e in maniera positiva un Paese produttore. Ma una invasione delle locuste colpisce allo stesso modo in maniera negativa tutti i Paesi che hanno una produzione agricola.
Detto questo – come conferma la marcia indietro del primo ministro inglese, che aveva tirato fuori la infelice gaffe della “immunità di gregge” cioè: “contagiatevi tutti il più in fretta possibile, chi morirà, morirà, e ne usciremo il più presto possibile”, e che si è poi allineato al resto dell’Europa – è innegabile in conclusione che lo shock che ci ha colpito ha natura di shock simmetrico.
Ora, i libri di testo di macroeconomia dicono che il modo più efficace per contrastare uno shock simmetrico è quello di agire in maniera unitaria e coordinata: “Nel caso di shock simmetrici la politica monetaria comune basterebbe a stabilizzare tutte le varie economie”.
In questo caso la efficacia della politica monetaria può essere massima, sempre naturalmente soggetta al limite dello zero-lower-bound effect. Cioè la politica monetaria ovviamente non è più efficace quando riduce i tassi di interesse a 0 perché sotto lo 0 non può andare. Ma senza un intervento immediato, lo shock simmetrico rischia di trasformarsi in uno shock asimmetrico: l’arresto della attività economica rischia di produrre per una considerevole parte produttiva di ogni Paese – altro punto da libro di testo – lo scattare della così cosiddetta condizione di chiusura.
Si sa che quando il prezzo di vendita del prodotto cala al di sotto del costo medio variabile di produzione è meglio chiudere: ma la chiusura da libro di testo di microeconomia si trasforma dal punto di vista del codice civile molto presto in fallimento. Una volta che l’attività produttiva è stata abbandonata abbiamo perso l’avviamento, l’investimento, la capacità di fare reddito dei lavoratori associati alle imprese che chiudono, ovvero la tipica recessione che abbiamo già sperimentato nella Grande depressione del 1929 con effetto domino in tutta l’economia.
Peraltro, visto che siamo in un’epoca di outsourcing e globalizzazione con sofisticate catene e filiere produttive che hanno spezzettato la produzione dei componenti che devono viaggiare, per alimentare le operazioni industriali di “just in time”, non c’è neanche più la scusa di dire che chiudendo la fabbrica “fordista e mettendo in cassa integrazione gli operai abbiamo salvato l’azienda. Basta che uno dei settori cruciali nella filiera produttiva sia stato arrestato dai decreti amministrativi di chiusura che tutta la struttura produttiva a valle ne risente per mancanza di forniture e trasporti e quindi le conseguenze della riduzione della produzione saranno sicuramente superiori a quelle contabilizzate dai politici.
Ora la proposta attendista, al ribasso e di compromesso dei Paesi del Nord Europa di attivare soltanto le risorse di tipo MES o condizionali o comunque di finanziare parzialmente e in maniera riottosa – vista la gaffe del presidente della Banca Centrale Europea – gli eventuali debiti pubblici che sfonderanno il patto di stabilità, avrà l’effetto di trasformare lo shock simmetrico in uno shock asimmetrico e strutturale a svantaggio dell’Italia.
Quindi logica vuole che la decisione di non voler agire come dice la teoria economica è una decisione politica sbagliata, se non subdola.
Alla ripresa del post-emergenza, il debito pubblico di un Paese come l’Italia andrà, se aumenta di 10 punti, dal 134 al 144% e allo stesso modo il debito pubblico dei Paesi come la Germania andrà dal 62 al 72%. Quindi lo spread aumenterà e così le condizioni di svantaggio per la nostra economia saranno aumentate perché i soliti noti e cioè le agenzie di rating, i soliti mercati considereranno il rischio del debito italiano superiore a prima, quindi con un aggravio delle condizioni di interesse cioè lo spread per il finanziamento del nostro sistema produttivo.
In questo senso, quindi, dilazionare le decisioni e non consentire alla monetizzazione del debito è un atto di guerra da parte dei paesi del nord nei confronti del nostro Paese.
Vedo già l’industria tedesca a sfregarsi le mani di soddisfazione pensando che alla ripresa avranno dato un altro colpo alla economia italiana.
Questo atteggiamento è di per sè ottuso e odioso: il moralismo del Nord Europa riguardo al nostro debito è un problema del passato, che in questa fase dovrebbe essere congelato.
Ecco perché occorrono quindi misure eccezionali e generose con uno spirito di collaborazione e di cooperazione internazionale.
Eppure, in passato i tedeschi nel gennaio 1962, guidati da Konrad Adenauer, aderirono al GAB (deciso dal Gruppo dei Dieci e istituito con decisione del Consiglio Direttivo del FMI), un istituto finanziario eccezionale per aiutare Paesi che da poco erano entrati nel sistema di Bretton Woods, ma che avevano problemi di restrizione dei flussi di capitale e, quindi, appunto di insufficiente finanziamento dell’investimento produttivo o delle esportazioni.
Eppure, in passato, a proposito di solidarietà internazionale, nel giugno del 1963, i tedeschi hanno ascoltato, Kennedy dire: ‘Io sono un berlinese”.
L’ultima offerta ai tedeschi per assicurare la pace e per salvare l’Unione Europea deve essere forte e chiara.
Niente eurobond, niente coronabond e niente MES.
Occorre, invece, istituire uno strumento finanziario eccezionale, alla americana, qui e subito.
I piani nazionali di sostegno varati dai singoli Governi per far fronte alla emergenza (sostegno di liquidità ai redditi individuali, sostegno alle piccole imprese, alle grandi imprese, compagnie aeree e di trasporto, ospedali e istruzione, alle imprese del terzo settore, ecc) vengono finanziati da emissioni speciali nazionali di titoli riservati alla ECB.
I titoli hanno 99 anni di scadenza e lo 0,01 percento di interesse. Sono garantiti dalla firma politica del Consiglio Europeo che – ex art. 15 del Trattato – dà all’Unione gli impulsi necessari al suo sviluppo e ne definisce gli orientamenti e le priorità politiche generali.
Come Kennedy allora, come sarebbe bello sentire oggi il Cancelliere tedesco dire a un ammalato in un ospedale spagnolo o italiano o francese: “Ich bin Europäer”!
di prof. Carlo Andrea Bollino
professore, energia, ordinario del Dipartimento di Economia dell’Università di Perugia e professione di economia dell’Eenergia all’Università LUISS
Membro del Comitato Scientifico CIU – Unionquadri


Il Dipartimento della Funzione Pubblica ha pubblicato online le FAQ su lavoro agile, esenzione dal servizio e congedi.

Sezione dedicata al lavoro agile in tempi di emergenza Covid-19 – clicca qui per visionare la pagina del Dipartimento della Funzione Pubblica.

Circolare INPS – Misure di potenziamento del Servizio sanitario nazionale e di sostegno economico per famiglie, lavoratori e imprese connesse all’emergenza epidemiologica da COVID-19. Norme speciali in materia di trattamento ordinario di integrazione salariale, assegno ordinario, cassa integrazione in deroga.

Scarica la Circolare n. 47 dell’INPS sul Decreto-legge 17 marzo 2020, n. 18, relativo alle misure di potenziamento del Servizio sanitario nazionale e di sostegno economico per famiglie, lavoratori e imprese connesse all’emergenza epidemiologica da COVID-19. Norme speciali in materia di trattamento ordinario di integrazione salariale, assegno ordinario, cassa integrazione in deroga.

Decreto: modalità di erogazione del ‘Fondo per il reddito di ultima istanza’ a lavoratori autonomi e libero professionisti.

Scarica il Decreto che determina le modalità di erogazione del ‘Fondo per il reddito di ultima istanza’ a lavoratori autonomi e libero professionisti.

CORONAVIRUS, SERVE UN’IMMEDIATA INIEZIONE DI LIQUIDITÀ NELL’ECONOMIA REALE.

L’emergenza in corso, che si sta affrontando con una serie di provvedimenti nazionali privi di coordinamento a livello Ue e dalle forti implicazioni degenerative, rischia di compromettere l’intero progetto europeo. Il CNEL ritiene che la grave crisi in atto obblighi gli Stati membri a realizzare sin da subito un nuovo spazio europeo comune in grado di rispondere con velocità ed uniformità alla variabilità di scenario che caratterizzerà sempre più marcatamente il mondo globalizzato, dai punti di vista economico e sociale così come sanitario ed ambientale”. Lo scrive il CNEL nel documento dal titolo “Appello all’Europa. Occasione unica per una nuova identità”, redatto dalla III Commissione Politiche UE e cooperazione internazionale presieduta dal vicepresidente Elio Catania e approvato all’unanimità in Consiglio di Presidenza, che si è riunito in videoconferenza ieri sotto la presidenza del presidente Tiziano Treu, alla presenza del segretario generale Paolo Peluffo.

Tre i provvedimenti urgenti che deve adottare l’Unione Europea secondo il CNEL:

 

1. L’emissione di debito garantito da tutti gli Stati europei (Eurobond) che, proprio perché comune, può ragionevolmente essere percepito come strumento di alta qualità finanziaria sui mercati globali e appare idoneo a contenere rischi che diventeranno sistemici. Ancor di più, l’introduzione di un simile strumento su base stabile e strutturale, supportato da un bilancio europeo autonomo dell’eurozona, darebbe impulso al processo di governo del debito e alla sostenibilità economica.

2. L’iniezione di liquidità diretta (helicopter money) per dare ossigeno all’economia reale in sofferenza.

3. Superamento definitivo, non la mera sospensione, del patto di stabilità per sostenere le grandi scelte strategiche di crescita economica e coesione, pur sempre in una prospettiva di equilibrio finanziario. Un appello forte, quindi, che le parti sociali nazionali ed europee rivolgono ai Paesi perché l’Unione esca da questa drammatica fase con la consapevolezza che occorre rivedere i propri modi operativi, per essere capace di gestire shock di mercato, ambientali e sociali, nei confronti dei quali l’assetto esistente si è dimostrato inadeguato.

La situazione che gli Stati europei si trovano improvvisamente a fronteggiare costituisce paradossalmente, un’opportunità, una necessità storica per ripensare l’Europa – osserva il vicepresidente Catania – conservando lo spirito di fondo del grande progetto di unificazione, ma rimettendone in discussione il funzionamento istituzionale e adeguandone la capacità di mettere in campo strategie comuni e politiche efficaci – si legge ancora nel documento CNEL – L’Unione è di fronte ad un crocevia pieno di rischi. Ma va colta l’opportunità. Riflettere sul futuro dell’Europa, darsi una visione e dotarsi degli strumenti per realizzarla è indispensabile. Per rimettere in gioco il quadro europeo, scongiurare il rischio politico di disaggregazione e di crisi della tenuta democratica. L’urgenza del momento impone scelte rapide e con effetto immediato”.

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Articolo dell’ex Ministro del Lavoro – Cesare Damiano – “Strumenti inediti per una crisi inedita”.

È l’Ufficio Parlamentare di Bilancio a certificare – in un documento presentato al Senato – le dimensioni degli interventi avviati per fare fronte alla crisi che si sta concretizzando, un giorno dopo l’altro. Diciamolo subito – e ci torneremo più avanti: questa crisi è diversa da tutte le altre che sono state affrontate nel passato. Ha un qualche – ma non simmetrico – precedente nelle conseguenze delle grandi vicende belliche. Ma non è la stessa cosa. Il mondo si trova a fronteggiare una crisi economica globale innescata da una pandemia. Una cosa, semplicemente, mai vista. E che richiede, quindi, una reazione mai vista.

Partiamo dai numeri dell’Upb. L’Italia ha cominciato a impegnare 13 miliardi e mezzo di euro in un mese per difendere, con gli ammortizzatori sociali, quasi 9 milioni e mezzo di lavoratori. Si tratta sia degli strumenti tradizionalmente utilizzati, sia dell’estensione della Cassa integrazione in deroga alle imprese anche con un solo dipendente. Ma, segnala l’Ufficio Parlamentare di Bilancio, per ora, sono rimasti fuori da tali tutele quasi due milioni di lavoratori domestici e saltuari. Poi, aggiungiamo, al conto va sommato lo strumento attivato per il sostegno al lavoro autonomo. Cifre, dunque, del tutto inedite, permesse dalla clausola di emergenza del Patto di Stabilità che dà modo ai Governi di spendere in deficit al di fuori di tutti i vincoli del Patto stesso.

Questa inedita forma di crisi è stata analizzata con una lucidità cristallina da Mario Draghi nell’articolo pubblicato il 25 marzo sul Financial Times. Articolo di cui vorremmo segnalare un passaggio che ci dice una cosa fondamentale: “la domanda chiave non è se, ma come lo Stato dovrebbe mettere a frutto il proprio bilancio. La priorità non deve essere solo quella di fornire un reddito di base a coloro che perdono il lavoro. Dobbiamo innanzitutto proteggere le persone dalla perdita del lavoro. In caso contrario emergeremo da questa crisi con un’occupazione e una capacità permanentemente inferiori, mentre le famiglie e le aziende lottano per riparare i propri bilanci e ricostruire i propri patrimoni. I sussidi per l’occupazione e la disoccupazione e il rinvio delle tasse sono passi importanti che sono stati già introdotti da molti Governi. Ma proteggere l’occupazione e la capacità produttiva in un momento di drammatica perdita di reddito richiede un immediato sostegno di liquidità”.

L’occupazione e la capacità produttiva, aggredite a una velocità e con una violenza inusitate da questa crisi, sono quindi le risorse da proteggere e ricostruire prioritariamente per le nostre economie. Ciò, naturalmente, mentre sul fronte ancor più drammatico della lotta al Covid-19, si deve sostenere e organizzare al meglio la difesa, in termini sanitari, delle vite umane. Siamo, dunque, in una crisi mai vista che richiede risposte diverse da quelle pensate e attuate nel passato. Ed è una crisi così violenta che alcuni Governi europei, tradizionalmente affezionati a vedere nell’equilibrio rigoroso dei conti la risposta razionale, non sembrano – forse tramortiti dalla velocità e dalla violenza del “colpo” – in grado di elaborare concettualmente la necessità e il livello della risposta indicata da Draghi.

Ha fatto dunque bene il presidente del Consiglio, Conte, a tenere botta – in un’inedita alleanza con Francia e Spagna – nella riunione dei capi di Stato e di Governo dell’Unione europea di ieri, sostenendo, rispetto all’applicazione del Meccanismo Europeo di Stabilità per la concessione di prestiti, che non si debba sottostare a certe condizioni che possano prevedere anche l’adozione di un dato programma economico. Se ne è usciti senza un accordo e con i Ventisette che hanno dato mandato ai loro Ministri delle Finanze di presentare nuove proposte entro due settimane. Due settimane in cui c’è da augurarsi che L’Unione europea prenda coscienza del fatto che ne usciremo tutti insieme, facendo tutto il necessario e dimenticando i pregiudizi del passato, o insieme andremo a fondo. Difendere la capacità produttiva e l’occupazione dell’Europa, intesa come un’unica entità, con tutti i necessari impegni di bilancio, è determinante perché ci sia un futuro.

Pubblichiamo l’editoriale di Francesco Saraceno, sul futuro dell’economia.

Pubblichiamo l’editoriale di Francesco Saraceno, membro del Consiglio Scientifico della Luiss sul futuro dell’economia.

Le conseguenze economiche della pandemia: Mario Draghi e le scelte di politica economica ai tempi del virus.

Mario Draghi, sul Financial Times, ha fornito un contributo interessante al dibattito sulle politiche di contrasto alla pandemia del Coronavirus. Cosa si può ritenere dell’analisi del rimpianto ex presidente della Bce? Andiamo per punti.
  1. In primo luogo, e Draghi non è il primo a dirlo, è chiaro che non si tratta di una crisi keynesiana “classica”. Si fondono come neve al sole sia la domanda aggregata, vittima di un crollo dei redditi e di un’incertezza che regna sovrana, sia l’offerta aggregata, vittima di catene del valore internazionali che sono disarticolate, e del crollo degli ordini.
  2. Inoltre, e questa è quasi la sola ragione di cauto ottimismo, l’origine della crisi è chiaramente esogena, cioè esterna alle nostre economie. Questo significa che, se essa sarà gestita come si deve, una volta messa alle nostre spalle la pandemia potremmo ripartire abbastanza in fretta. Si può quindi sperare in una traiettoria a “V”, con il crollo brutale seguito da un altrettanto violenta ripresa. La sfida è di evitare una “U”, o ancora peggio una “L”.
  3. La sfida per governi e banche centrali è quindi quella di evitare che le difficoltà temporanee di imprese fondamentalmente sane ne causino il fallimento. Quando l’economia ripartirà, occorrerà che il sistema produttivo sia il meno danneggiato possibile, e quindi in grado di accompagnare la ripresa dei consumi e della domanda aggregata. Si tratta insomma di tenere a galla le imprese, soprattutto piccole e medie, che oggi non sono in grado di far fronte ai loro impegni finanziari. Whatever it takes, come si è detto.
  4. Draghi sostiene, a ragione, che il sostegno alle imprese è prioritario. Mantenere il tessuto produttivo in vita vuol dire mantenere l’occupazione, e quindi indirettamente il reddito. È ovvio che questo discorso si applica soprattutto in Europa dove i sistemi di protezione sociale sono funzionanti. Ritengo che negli Stati Uniti il sostegno diretto a lavoratori e famiglie dovrà avere uguale se non maggiore priorità.
  5. Ci sono molti strumenti disponibili per tenere a galla le imprese, in gran parte già introdotti o annunciati da banche centrali e governi. Si tratta in buona sostanza di garantire la disponibilità di liquidità per far fronte ai pagamenti. Le banche devono essere messe in condizione di prestare a tassi nulli o quasi. È questo il senso della targeted longer-term refinancing operation lanciata dalla Bce il 12 marzo scorso: la Bce fornisce liquidità a tassi negativi, quindi di fatto sussidiando le banche, ma a condizione che questi fondi siano veicolati alle piccole e medie imprese (una linea di credito simile è stata aperta dalla Banca d’Inghilterra). Draghi nota inoltre come la regolamentazione bancaria non debba in nessun modo essere un ostacolo a tali finanziamenti.
  6. Poi, come già sta avvenendo quasi ovunque, l’amministrazione fiscale dovrebbe sospendere gli adempimenti fiscali, sempre per non sottrarre risorse ad imprese e aiutarle a non soffocare.
  7. L’ex Presidente della Bce nota poi come non tutte le imprese siano uguali. Alcune possono sperare di recuperare il fatturato perduto, una volta ritenuta la crisi alle spalle. Per altre invece non sarà il caso: nessuno pranzerà al ristorante due volte in un giorno, per recuperare i pranzi fuori che non possiamo fare oggi. Per queste imprese lo Stato deve essere pronto a farsi carico delle perdite, vale a dire a cancellare in un modo o in un altro il debito privato, tramite sussidi, esenzioni (e non solo sospensione) degli adempimenti fiscali, garanzie pubbliche a banche e imprese.
  8. Che sia per il sostegno diretto a imprese e famiglie, oppure per l’assunzione di parte del debito privato, il debito pubblico non potrà che aumentare. E per usare le parole di Draghi “L’alternativa – una distruzione permanente della capacità produttiva e quindi della base imponibile per il sistema fiscale – sarebbe molto più devastante per l’economia e in ultima analisi per la credibilità dei governi”. È difficile non essere d’accordo.

Insomma, fin dall’inizio molti hanno giustamente notato che di fronte all’emergenza sanitaria l’aumento del debito pubblico non fosse un problema. Salvare vite non ha prezzo. Ora Draghi aggiunge la sua autorevole voce a quella di chi nota come anche salvare l’economia non abbia prezzo. Io stesso ne ho parlato qualche giorno fa.

Si potrebbero aggiungere altre considerazioni, per completare e rafforzare l’argomento di Draghi. Intanto, val la pena di ricordare che lo Stato non deve “ripagare” il debito, ma solo rifinanziarlo a scadenza. Questo vuol dire che anche livelli elevatissimi di debito non sono un problema fin tanto che gli Stati saranno in grado di coprire le spese per gli interessi, e che manterranno lo stock su livelli più o meno costanti. Questo è tanto più vero quando l’aumento del debito è di proporzioni tali da rendere impensabile il ricorso ad austerità e avanzi primari per ridurlo (anche se temo che qualche economista tedesco lo chiederà a gran voce). Molti usano, un po’ a sproposito a dire il vero, la metafora della “guerra” contro il virus. Bene, è il caso di rimarcare che dopo la seconda guerra mondiale il debito non è stato “ripagato”, ma solo progressivamente riportato a livelli “normali”, da una combinazione di crescita e inflazione (sono istruttivi ad esempio il caso inglese e quello americano). Occorre quindi interrogarsi su come garantire che gli Stati saranno in grado di rifinanziare un debito che sarà aumentato probabilmente di 20 o 30 punti di Pil. Sarà cruciale che i tassi d’interesse rimangano bassi (cosa che secondo molti dovrebbe verificarsi, vista l’abbondanza di risparmio a livello globale).

Nella zona euro, poi, occorrerà correggere alcune storture che rendono i Paesi membri vulnerabili alla speculazione. Occorrerà in primo luogo rivedere le norme europee che proibiscono alla Bce di ergersi a prestatore di ultima istanza dei governi. La Fed americana, la Bank of Japan o la Bank of England ci mostrano come lo scudo della Banca centrale sia fondamentale per rendere il debito pubblico sicuro, quindi appetibile, quindi a buon mercato. Occorrerà trovare un modo di consentire alla Bce di intervenire sui mercati in modo meno barocco di come, a causa dei vincoli posti dai trattati, ha dovuto fare fino ad ora (grazie all’abilità e all’audacia di Draghi). Il sacrosanto bisogno di evitare il comportamento opportunistico di governi irresponsabili non può essere soddisfatto rendendo tutti vulnerabili alla speculazione, e quindi incapaci di usare la politica di bilancio come qualunque altro governo.

Inoltre, la pressione dei mercati sui singoli Stati, e anche la loro possibilità di agire opportunisticamente, sarebbe di molto ridotta se la zona euro si dotasse di una capacità di bilancio propria, e della capacità di emettere debito. Il tema degli Eurobonds era finito nel dimenticatoio, affossato dall’ostilità di molti paesi tra cui la Germania; ma la crisi del coronavirus lo ha riportato prepotentemente d’attualità, al punto che nove governi (tra cui Francia, Spagna e Italia) ieri hanno richiesto a gran voce la creazione di Coronabonds.  Sembra evidente che quando parla di reazione comune ad uno shock che colpisce tutti e per colpa di nessuno, l’editoriale di Draghi sia un velato endorsement di questa proposta

Pubblichiamo i documenti pervenutoci dal CNEL in quanto Parte Sociale presente al CNEL.

Scarica il documento: Memoria Corte dei conti sul Decreto-Legge n. 18/2020 recante misure di potenziamento del servizio sanitario nazionale e di sostegno economico per famiglie, lavoratori e imprese connesse all’emergenza epidemiologica da COVID-19 (as 1766)

Scarica il documento: Memoria Banca d’Italia per Senato – Disegno di legge A.S. 1766, conversione in legge del decreto-legge 17 marzo 2020, n. 18 recante misure di potenziamento del Servizio sanitario nazionale e di sostegno economico per famiglie, lavoratori e imprese connesse all’emergenza epidemiologica da COVID-19 Banca d’Italia Senato della Repubblica 25 marzo